“Nella definizione più comune l’alchimia è un antico sistema filosofico esoterico che si è sempre espresso attraverso il linguaggio di svariate discipline, come la chimica, la fisica, l’astrologia, la metallurgia e la medicina, lasciando numerose tracce nella storia dell’arte. Essa ha avuto il ruolo di precedere la nascita della chimica moderna prima del metodo scientifico.” (Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Torino 1980) Lo scopo della speculazione alchemica assunse negli anni diverse forme: acquisire una forma universale e totale di conoscenza, creare una medicina unica e universale che curasse ogni malattia, quindi un viatico d’immortalità, la trasformazione della materia e, in particolare, dei metalli, la scoperta/creazione della pietra filosofale, cioè del segreto/senso della vita. Ma nessuno di tali scopi è stato mai dichiarato come giustificazione dell’esistenza stessa dell’alchimia. Per una interpretazione ricorrente, la creazione della pietra filosofale, sostanza di tipo etereo, era considerata il fine dell’alchimia, ma anche qui il termine sembra più metaforico che reale. In tal modo l’alchimia sembra più che una disciplina una sorta di percorso evolutivo dell’uomo da un punto di vista unitario di spirito, anima e corpo. In quest’ottica la scienza alchemica viene a rappresentare una conoscenza metafisica e filosofica, assumendo connotati mistici e soteriologici, nel senso che i processi e i simboli alchemici, oltre al significato materiale, relativo alla trasformazione fisica, possiedono un significato interiore, relativo allo sviluppo spirituale (Omraam Mikhaël Aïvanhov, Il lavoro alchemico ovvero la ricerca della perfezione, 1996, Edizioni Prosveta). Ad esempio, la comune interpretazione che vede nel piombo e nell’oro nient’altro che i corrispettivi materiali è da considerarsi un equivoco assolutamente riduttivo. Il termine alchimia deriva dall’arabo al-kimiyah, al-kimiyà o al-khimiyah (الكيمياء o الخيمياء), composto dell’articolo al- e della parola kimiyà che significa chimica e che a sua volta, sembrerebbe discendere dal termine greco khymeia (χυμεία) che significa fondere, colare insieme, saldare, allegare, ecc. (da khumatos, che è stato colato, un lingotto). Un’altra etimologia collega la parola con Al Kemi, che significa l’arte egizia, dato che gli antichi Egiziani chiamavano la loro terra Kemi ed erano considerati potenti maghi in tutto il mondo antico. Il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa succo per fare l’oro. E se la contrapposizione speculare tra piombo, come punto di partenza, e oro come punto di arrivo ha un senso, è solo quello simbolico del prevalere nell’essere della parte divina sulla parte umana. Gli alchimisti dovevano nascondersi, rendersi occulti usando allegorie, per non subire le reazioni della chiesa. Per comprendere l’alchimia, bisogna considerare come la conversione di una sostanza in un’altra, che formò la base della metallurgia fin dal suo apparire verso la fine del Neolitico, appariva, in una cultura senza alcuna conoscenza formale di fisica o chimica, come un’opera magica. Nei tempi remoti, una fisica priva di una componente metafisica sarebbe stata parziale ed incompleta al pari di una metafisica sprovvista di manifestazione fisica. Pertanto, per gli alchimisti non vi fu ragione alcuna di separare la dimensione materiale da quella simbolica o filosofica (E. Canseliet. L’Alchimia. Studi diversi di Simbolismo Ermetico e di Pratica Filosofale. Roma 1985). La trasmutazione dei metalli di base in oro (ad esempio con la pietra filosofale o grande elisir o quintessenza o pietra dei filosofi o tintura rossa) simboleggia un tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell’esistenza. Gli alchimisti credevano che l’intero universo stesse tendendo verso uno stato di perfezione, e l’oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la sostanza che più si avvicinava alla perfezione. Era anche logico pensare che riuscendo a svelare il segreto dell’immutabilità dell’oro si sarebbe ottenuta la chiave per vincere le malattie ed il decadimento organico; da ciò l’intrecciarsi di tematiche chimiche, spirituali ed astrologiche che furono caratteristiche dell’alchimia medievale. La scienza dell’alchimia ebbe inoltre una notevole evoluzione nel tempo, iniziando quasi come un’appendice metallurgico-medicinale della religione, maturando in un ricco coacervo di studi, trasformandosi nel misticismo ed alla fine fornendo alcune delle fondamentali conoscenze empiriche nel campo della chimica e della medicina moderne. Fino al XVIII secolo, l’alchimia era considerata una scienza seria in Europa; per esempio, Isaac Newton dedicò molto più tempo allo studio dell’alchimia piuttosto che a quello dell’ottica o della fisica per le quali divenne famoso. Tuttavia Newton mantenne sempre un notevole riserbo intorno ai suoi studi alchemici, e non pubblicò mai opere sull’argomento. Fu l’economista John Maynard Keynes che nel 1936 rese pubblici manoscritti newtoniani sull’alchimia, dei quali era entrato in possesso ad un’asta. Altri eminenti alchimisti del mondo occidentale furono Ruggero Bacone, il Parmigianino, Thomas Browne, e non ultimo Cagliostro. Si interessarono di alchimia anche San Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno. Il declino dell’alchimia iniziò nel XVIII secolo con la nascita della chimica moderna, che fornì una più precisa e concreta struttura per comprendere le trasmutazioni della materia, e la medicina, con un nuovo grande disegno dell’universo basato sul materialismo razionale. La storia dell’alchimia è diventata un prolifico campo per speculazioni accademiche. Via via che l’ermetico linguaggio degli alchimisti andava gradatamente decifrato, gli storici hanno cominciato a trovare connessioni intellettuali tra quella disciplina ed altre componenti della storia culturale occidentale, come le società mistiche, del tipo di quella dei Rosa Croce, la stregoneria e naturalmente l’evoluzione della scienza e della filosofia.

Processo alchemico, L’opus alchemicum, per ottenere la pietra filosofale avveniva mediante sette procedimenti, divisi in quattro operazioni, Putrefazione, Calcinazione, Distillazione e Sublimazione, e tre fasi, Soluzione, Coagulazione e Tintura (Georges Ranque, La pietra filosofale, Edizioni Mediterranee, 1989). Attraverso queste operazioni la materia prima, mescolata con lo zolfo ed il mercurio e scaldata nella fornace (atanor), si trasformerebbe gradualmente, passando attraverso vari stadi, contraddistinti dal colore assunto dalla materia durante la trasmutazione. Il numero di queste fasi, variabile da tre a dodici a seconda degli autori di trattati alchimistici, è legato al significato magico dei numeri. I tre stadi fondamentali sono (Meyrink und das theomorphische Menschenbild): 1. Nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi; 2. Albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi; 3. Rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi; Il concetto di sulphur et mercurius Si tratta, letteralmente, di zolfo e mercurio, cioè, nel linguaggio simbolico dell’alchimia, di due essenze primordiali viste nel quadro di un sistema dualistico che ritiene qualsiasi materiale come miscela di questi due componenti, vale a dire di un elemento in combustione (zolfo) e di uno volatile (mercurio), dotati di gradi diversi di purezza e in un diverso rapporto di mescolanza tra loro. Da Paracelso (1493-1541) venne poi aggiunto un terzo elemento, il sal (il sale), che doveva costituire la tangibilità: quando il legno è in combustione, la fiamma prende origine dal sulphur, il mercurius trapassa in evaporazione, mentre il sal ne è la cenere residua (Read, J., Through alchemy to chemistry, London: Bell and Sons, 1961).

–Articolo di Giovanni Francesco Carpeoro

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