• Le teorie di Guenon

Guenon, che  abbiamo  più  volte  indicato  nella  prima parte di questa trattazione come l’autentico antesignano degli studi simbolici e tradizionali, ha considerato l’importanza del simbolo della croce al punto di dedicare al medesimo uno studio unitario. Già nell’introduzione vengono posti i fondamenti tipici dell’analisi guenoniana. L’affermazione dell’origine precristiana del simbolo che, peraltro ci trova perfettamente d’accordo, è immediatamente seguita dall’osservazione critica, ricorrente nell’autore in oggetto, dello smarrimento, anche all’interno della tradizione cristiana a noi pervenuta, del significato del tutto intrinseco ed essenziale della croce.

Il cristianesimo stesso, in ogni caso, almeno nel suo aspetto esteriore più conosciuto, sem­bra avere alquanto perso di vista il carattere simbo­lico della croce, per limitarsi a considerarla soltanto come segno tangibile di un avvenimento storico; in realtà, questi due modi di vedere non si escludono affatto, anzi il secondo non è, in certo qual modo, che una conseguenza del primo; ma ciò è talmente estraneo alla mentalità della maggior parte dei no­stri contemporanei che, per evitare malintesi, è utile parlarne più diffusamente.

La spiegazione della non contraddittorietà del senso storico, rispetto al nucleo esoterico del simbolo è per l’autore in oggetto derivante da quella legge di corrispondenza che è il fondamento di ogni simbolismo e in virtù della quale qualsiasi cosa – che come tale procede da un principio meta­fisico da cui la sua realtà unicamente dipende – tra­duce o esprime, a suo modo e secondo il suo ordine di esistenza, questo principio, sicché da un ordine all’altro tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all’armonia universale e totale, la qua­le, nella molteplicità della manifestazione, è come un riflesso della stessa unità principiale.

Ed è proprio la storia precristiana del simbolo che, ad avviso di Guenon genera, anche sotto il profilo storico, oltre che simbolico, lo schema del Cristo sulla Croce.

Se Cristo è morto sulla croce, è proprio, si può ben dirlo, per il valore simbolico che la croce ha in se stessa e che le è sempre stato riconosciuto in tutte le tradizioni; ed è per ciò che, senza volerne sminui­re il significato storico, si può considerarla come una semplice derivazione da questo stesso valore sim­bolico.

Questa ed altre considerazioni di Guenon sono in effetti dirette a respingere tutte le interpretazioni strettamente naturalistiche o materialistiche dell’origine di qualunque simbolo, croce compresa. Ciò non è totalmente in contrasto con la definizione del simbolo che noi abbiamo dato nella parte precedente di rappresentazione di un evento fisico o metafisico primordiale. In effetti Guenon sembra voglia sempre e comunque attribuire esclusivamente una origine divina e metafisica a tutti i simboli, e che sia tale origine di tale natura a configurare poi gli eventi storici e fisici che lo schema rappresentativo riproducono come necessità per il loro stesso verificarsi. A tale impostazione è anche possibile aderire, a condizione che si accetti una accezione omniestensiva del termine metafisico, purché non si abbia la pretesa di far scaturire da essa una definizione del simbolo per come si manifesta nella nostra dimensione, che pragmaticamente debba prestarsi a tutte le sue successive analisi e classificazioni. Successivamente il grande simbolista francese introduce le varie analisi della croce tutte caratterizzate dalla specularità archetipica.

La realizzazione dell’Uomo Universale viene simboleggiata dalla maggior parte delle dottrine tradizionali, con un segno che è dappertutto il medesimo, poiché come abbiamo detto dall’inizio, è di quelli che si ricollegano alla Tradizione primordiale: si tratta del segno della croce, che rappresenta perfettamente il modo in cui viene raggiunta tale realizzazione, mediante la comunione perfetta della totalità degli stati dell’essere, ordinati gerarchicamente in armonia e conformità, nell’espansione integrale, secondo i due sensi dell’ampiezza e dell’esaltazione.

Il senso orizzontale rappresenta quindi l’ampiezza, cioè l’estensione totale dell’individualità assunta come base della realizzazione, estensione che consiste nello sviluppo indefinito di un insieme di possibilità soggette a condizioni particolari di manifestazione; nel caso dell’essere umano, sia ben chiaro, questa estensione non si limita affatto alla parte corporea della individualità, ma dell’individualità comprende tutte le modalità, essendo lo stato corporeo una di esse … Il senso verticale rappresenta la gerarchia – anch’essa a maggio ragione indefinita – degli stati multipli, ognuno dei quali, considerato nella sua integralità, rappresenta un insieme di possibilità corrispondente a uno dei tanti mondi o gradi che sono compresi nella sintesi totale dell’Uomo universale  In questa rappresentazione della croce, l’espansione orizzontale corrisponde dunque all’indefinità di modalità possibili di un determinato stato d’essere considerato integralmente, mentre la sovrapposizione verticale corrisponde alla serie indefinita degli stati dell’essere totale.

Ampiezza e Esaltazione, orizzontalità e verticalità sono le specularità tipiche della croce e, tramite le loro dinamiche,  la croce descrive l’evoluzione di tutte le manifestazioni possibili. Ma proprio questa portata dimensionale non può per Guenon consentire interpretazioni del simbolo che ne limitino l’origine e l’essenza stessa ad ipotesi naturalistiche o meccanicistiche:

Certi scrittori occidentali, dalle pretese più o meno iniziatiche, hanno voluto attribuire alla croce un significato esclusivamente astronomico, sostenen­do che essa è un simbolo della congiunzione cruciale che l’ellittica forma con l’equatore, nonché un’immagine degli equinozi, quando il sole, nel suo percorso annuale, occupa successivamente questi due punti … Le due frasi citate, anche se interpretate cor­rettamente, contengono pur sempre un errore: infat­ti, in primo luogo l’ellittica e l’equatore non formano una croce perché questi due piani non si intersecano ad angolo retto; in secondo luogo i due punti equi­noziali sono congiunti evidentemente da una sola linea retta, per cui ne risulta ancor meno la croce. In realtà sì tratta di considerare, nel primo caso, il piano dell’equatore e l’asse che, congiungendo i poli, è perpendicolare a tale piano; e, nel secondo, le due linee che congiungono rispettivamente i due punti solstiziali e i due punti equinoziali; otteniamo così quella che può essere definita una croce verticale nel primo caso, e una croce orizzontale nel secondo. L’insieme di queste due croci, aventi lo stesso centro, forma la croce a tre dimensioni, le cui braccia sono orientate secondo le sei direzioni dello spazio; que­ste corrispondono ai sei punti cardinali, i quali, uni­tamente al centro, formano il settenario. In un altro studio abbiamo avuto occasione di segnalare l’importanza attribuita dalle dottrine orien­tali a queste sette regioni dello spazio, e la loro cor­rispondenza con certi periodi cicliciLo stesso simbolismo si trova anche nella Kabbalah ebraica, in cui si parla del palazzo santo o palazzo interiore situato appunto al centro delle sei direzioni dello spazio. Le tre lettere del nome di­vino Jehovah, mediante la loro sestupla permutazione secondo queste sei direzioni, indicano l’immanen­za di Dio in seno al mondo, cioè la manifestazione del Logos al centro di tutte le cose, nel punto pri­mordiale di cui le estensioni indefinite non sono che l’espansione o lo sviluppo: Egli formò dal Thohu (il vuoto) qualche cosa, e fece di ciò che non era ciò che è. Egli intagliò delle grandi colonne nell’etere inafferrabile Egli riflette, e la parola (Memra) pro­dusse ogni oggetto e ogni cosa con il suo Nome Uno Il punto primordiale da cui viene proferita la parola divina, si sviluppa, come abbiamo detto, non solo nello spazio, ma anche nel tempo; è il cen­tro del mondo sotto tutti gli aspetti, cioè è ugual­mente al centro degli spazi e al centro dei tempi. Tutto ciò, se inteso alla lettera, riguarda evidente­mente soltanto il nostro mondo, l’unico le cui con­dizioni di esistenza siano direttamente esprimibili in linguaggio umano: infatti soltanto il mondo sen­sibile è soggetto allo spazio e al tempo. Ma, poiché in realtà si tratta del Centro di tutti i mondi, si può passare all’ordine soprasensibile effettuando una trasposizione analogica, in cui lo spazio e il tempo non mantengono che un significato puramente simbolico …  Il punto è effettiva­mente il simbolo dell’unità; è l’origine dell’estensio­ne, la quale esiste solo in virtù del suo irraggiamento (il vuoto anteriore non è che una pura virtualità), ma non diventa comprensibile se non quando esso stesso si situa nell’estensione, di cui diviene allora il centro, come spiegheremo più esaurientemente in seguito. L’emanazione della luce, che conferisce all’estensione la sua realtà, facendo del vuoto qualche cosa, e di ciò che non era ciò che è, è una espansione successiva alla concentrazione: sono queste le due fasi di inspirazione e di espirazione di cui si parla tanto spesso nella dottrina indù, la seconda delle quali corrisponde alla produzione del mondo manifestato; si noti, a questo proposito, l’analogia con il movimento del cuore e con la circolazione del sangue nell’essere vivente.

Così Guenon esplica, ma non troppo come suo costume, la vera vocazione simbolica della croce, che di seguito verrà anche da parte nostra esposta per quanto attenga alle nostre convinzioni: rappresentare un universo di quelli possibili nel suo centro-principio e nelle sue espansioni bidimensionali oppure tridimensionali.

Il simbolismo delle direzioni dello spazio è precisamente quello che ci troveremo ad applicare in tutto ciò che segue, sia dal punto di vista macrocosmico, come nel brano citato, sia dal punto di vista microcosmico. La croce a tre dimensioni forma, in linguaggio geometrico, un sistema di coordinate al quale può essere riferito tutto lo spazio; e lo spazio sarà preso qui a simbolo dell’insieme di tutte le possibilità, sia di un essere particolare che dell’Esistenza universale. Questo sistema è costituito da tre assi, uno verticale e due orizzontali, che sono tre diametri perpendicolari di una sfera indefinita, e che, anche indipendentemente da qualsiasi considerazione astronomica, si possono considerare orientati verso i sei punti carenali: nel testo già citato di Clemente d’Alessandria, l’alto e il basso corrispondono rispettivamente allo zenit e al nadir, la destra e la sinistra al sud e al nord, l’avanti e il dietro all’est e all’ovest; ciò può giustificarsi mediante le indica­zioni concordanti che si incontrano in quasi tutte le tradizioni. Si può anche dire che l’asse verticale è l’asse polare, cioè la linea fissa che congiunge i due poli, intorno alla quale tutte le cose compiono la loro rotazione; è dunque l’asse principale, mentre i due assi orizzontali non sono che secondari e relativi. Uno di questi due assi orizzontali, quello nord-sud, può anche dirsi asse solstiziale, mentre l’altro, quello est-ovest, può dirsi asse equinoziale: siamo dunque ri­condotti al punto di vista astronomico, in virtù di una certa corrispondenza tra i punti cardinali e le fasi del ciclo annuale, corrispondenza la cui esposi­zione completa ci condurrebbe troppo lontano e che, inoltre, non presenta ora un particolare interesse: senza dubbio essa troverà un posto più adatto in un altro studio.

La croce è allo stesso tempo visione congiunta di aspetti complementari, ma anche assorbimento di manifestazioni (forse solo apparentemente aggiungiamo noi) contrastanti. Per riferirsi alla croce come unione dei complementari egli precisa:

è sufficiente considerare la croce,  come si fa di solito, nella sua forma a due dimensioni… Stabilito questo, nella linea verticale si può vedere la rappresentazione del principio attivo, e in quella orizzontale la rappresentazione del principio passivo; tali principi, per analogia con l’ordine umano, vengono rispettivamente designati come maschile e femminile; considerati invece nel loro significato più esteso, cioè in relazione a tutto l’insieme della manifestazione universale, essi sono o principi ai quali la dottrina indù da’ i nomi di Purusha e Prakriti l’asse verticale che lega insieme tutti gli stati dell’essere attraversandoli nei loro centri rispettivi, è il luogo di manifestazione di quella che la tradizione estremo-orientale chiama attività del cielo, cioè l’esatto equivalente della attività non agente di Purusha, in virtù della quale vengono determinate in Prakriti, le produzioni corrispondenti a tutte le possibilità di manifestazione. Quanto al piano orizzontale, vedremo che esso costituisce un piano di riflessione, raffigurato simbolicamente come la superficie delle acque, le quali acque, com’è noto, in tutte le tradizioni sono un simbolo di Prakriti o della passività universaleDa questo punto di vista l’androgino primordiale, di cui parlano tutte le tradizioni, dovrà dunque essere considerato come frutto dell’unione dei complementari …

Dai complementari ai contrari, che sono per Guenon due concetti solo apparentemente diversi:

… in questo caso si può dire che l’opposizione corrisponde ad un punto di vista inferiore o più superficiale, mentre il complementarismo, in cui, per così dire, si concilia e si risolve questa opposizione, equivale, proprio per questa ragione, a una visione elevata o  più profonda, come abbiamo già spiegato altrove. L’unità principale implica infatti che non vi siano opposizioni irriducibili; quindi, se è vero che l’opposizione tra due termini può esistere effettivamente nelle apparenze e possedere una realtà relativa a un certo livello di esistenza, questa opposizione deve dileguarsi come tale e risolversi armonicamente, per sintesi o per integrazione, quando si passi ad un livello superiore … Lo stesso complementarismo, che è ancora dualità, deve a un certo momento dissolversi di fronte all’unità, laddove i suoi due termini vengono in qualche modo a equilibrarsi e a neutralizzarsi, unendosi fino a fondersi indissolubilmente nell’indifferenziazione primordiale …  Il centro della croce è quindi il punto in cui si conciliano e si risolvono tutte le opposizioni: in esso si conclude la sintesi di tutti i termini contrari che, per la verità, sono tali soltanto se giudicati dagli angoli visuali esteriori e particolari della conoscenza in modo distintivo.

Nella prosecuzione dell’opera citata Guenon sviluppa la portata simbolica della croce come l’albero della vita ed il suo rapporto con l’altro aspetto dell’albero della conoscenza, altrimenti detto albero del bene e del male, ed altre correlazioni che non essendo questa opera una monografia sul simbolo in esame, sarebbe fuori luogo riportare in questa sede. Rimandiamo volentieri quindi alla integrale lettura del testo, lettura medesima che non ci stancheremo mai di suggerire a chi desideri approfondire ulteriormente e specificamente l’argomento.

 

  • Conclusioni finali

 Dall’analisi da noi effettuata della croce sotto il profilo storico, dalla pratica dei gromatici, dalle considerazioni di Cartesio e Guenon emerge una caratteristica ricorrente del simbolo che può essere considerata la sua essenza e, per certi aspetti, la sua missione

La croce ricerca o stabilisce il centro, nascosto o indefinito, partendo dalle sue (del centro s’intende) emanazioni, le rette.

Partire dalle manifestazioni visibili per giungere al principio invisibile è un percorso tipicamente umano, , inverso a quello tutto divino della Creazione, laddove da un Principio invisibile si siano diramate le manifestazioni visibili. Stabilire il centro quindi, e ciò offre e rafforza una visione illuminante della presenza e della missione della croce nel simbolismo cristiano laddove, proprio la crocefissione del Cristo diviene il momento fondamentale del percorso del credente. Ma il rapporto tra la croce e il centro, anche come inizio, è anche la chiave di decodificazione della  pianta delle chiese gotiche, cattedrali, abbaziali che assume la forma di una croce latina stesa al suolo. E per gli alchimisti la croce è il geroglifico alchemico del crogiuolo, un tempo chiamato cruzol, crucibile e croiset (nel tardo latino, crucibulum, crogiuolo, ha per radice crux, crucis, croce).

Il rapporto di analogia tra il crogiuolo degli alchimisti e la croce cristiana è evidente: nel crogiuolo la materia prima, come Cristo, soffre (la Passione) e muore per risuscitare trasmutata. Nel simbolismo della nostra matematica la croce assume due valenze: perpendicolare esprime l’addizione, obliqua la moltiplicazione. Quest’ultima operazione è quella stabilita e indicata da Dio nella Bibbia per l’evoluzione della razza umana ad Adamo ed Eva: crescete e moltiplicatevi, e in quanto simbolo dell’evoluzione dell’umanità e non della divinità viene dall’apostolo Andrea, fratello di Pietro, richiesta, in luogo di quella verticale, per il suo supplizio. Quella verticale, quindi l’addizione, rimane esclusivamente prerogativa del figlio di Dio, cioè il Cristo, in quanto specificamente correlata alla creazione. Tanto la croce verticale che quella obliqua descrivono il Tutto che promana dal centro, ma le assi perpendicolari della prima emanano dal centro perché poste da chi ha creato, come analogicamente rappresentato dagli antichi gromatici, nel disegno de piano agricolo o urbano tramite la tracciatura del cardo e del decumeno, mentre le assi diagonali della seconda rappresentano la evoluzione, o moltiplicazione, del creato. È forse per questo motivo che nella modulistica e negli attuali questionario il modo per marcare positivamente le risposte scelte alle domande poste è quello di tracciare una croce obliqua all’interno del quadrato, laddove quest’ultimo è la delimitazione dello spazio posto, preesistente al simbolo tracciato che ancora una volta, indica il centro di quello spazio congiungendone i vertici. Quindi, oltre alla specularità verticale/orizzontale, riferita al piano cartesiano ed alle ulteriori specularità derivate dalla attribuzione di valori positivi e negatici alle due rette in funzione della loro intersezione che le trasforma in semirette, esiste una specularità strutturale e essenziale della croce fondata sulla distinzione del centro da ciò che lo circonda, o meglio dall’inizio e da ciò che ne deriva. Tale ultimo aspetto è la vera essenza del simbolo, il suo aspetto rappresentativo più importante.

 

–Articolo di Giovanni Francesco Carpeoro

 

IMMAGINI

Ritratto di Renè Guenon.

GUENON

 

 

Tutto promana dal Centro: il Phu-Hi.

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L’Albero della Kabbalah.

KABBALAH

 

L’Androgino Universale: il Rebis.

REBIS

 

L’unione di Purusha e Prakriti è l’unione di Shiva e Shakti.

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Tutto è collegato.

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