Non é vero che abbiamo poco tempo:
la verità é che ne perdiamo molto.
Seneca

 

Il tema delle età dell’uomo trova un fondamento nelle Opere e i giorni di Esiodo, dove il grande tragediografo greco narra la storia delle cinque età dell’uomo, corrispondenti a veri e propri scarti epocali e generazionali a partire dalla creazione del mondo. E’ questo il primo tentativo dell’antichità di ricostruire il cammino dell’uomo anche come evoluzione intellettuale sui presupposti del suo rapporto col dio creatore e del passaggio della conoscenza e della scelta tra il bene ed il male, quella che oggi chiamiamo consapevolezza.
Quindi veniva ipotizzata una Età dell’Oro, dominata dal dio Crono, poi tra i Latini denominato Saturno, nella quale gli uomini vivevano in totale armonia tra loro e con la natura che li circondava, mantenuti, per accordo con la divinità, in uno stato di beatitudine, l’Arcadia, equivalente al biblico Eden. Poi vi fu la seconda generazione, denominata Età dell’Argento, che fu creata dagli dei nel tentativo di creare esseri che ai medesimi dei somigliassero. Questa stirpe fu governata dal matriarcato, quindi nel segno della Luna, e fu caratterizzata dalla sottomissione e scarsa considerazione del genere maschile.
E’ la rappresentazione simbolica della dolorosa emancipazione della Natura dal Creatore. Poi arrivò la generazione dell’Età del Bronzo, una stirpe di guerrieri che continuarono a farsi la guerra vicendevolmente fino all’annientamento. Poi vi fu l’Età degli Eroi, narrata nei poemi epici ed omerici col mito delle gesta del popolo Acheo. Infine l’Età del Ferro, la più dolorosa, dove gli uomini infidi e empi costruirono una società crudele ed ingiusta che condusse il mondo ad un definitivo declino.
Questa concezione ciclica dell’evoluzione umana trova un analogica corrispondenza nei manvantara vedici dell’antica India, con la corrispondenza dell’Età nel Ferro con il loro Kaly-Yuga, l’epoca dominata dalla terribile dea Durga-Kalì. Più avanti la cultura ellenistica, nel suo tentativo di armonizzazione cosmica, temporale e planetaria, mutò parzialmente questo quadro, immaginando sette epoche corrispondenti ai pianeti conosciuti del sistema solare ed ai corrispondenti metalli, e conseguentemente applicò questo principio, per corrispondenza, anche nel microcosmo uomo. Nel sistema tolemaico la prima infanzia era governata dalla Luna, la seconda da Mercurio, l’adolescenza da Venere, la giovinezza dal Sole, l’età adulta da Marte, la mezza età da Giove e la vecchiaia da Saturno.
Il Rinascimento attinge a piene mani in questa tradizione, recuperandone gli aspetti astrologici, alchemici e sapienziali , configurando dei paralleli tra le eta dell’uomo ed i mesi e le stagioni.
In tale contesto nasce il filone, tutto rinascimentale, dei tripli ritratti dell’uomo, peraltro solo dell’uomo, con una connotazione chiaramente patriarcale, oggi si direbbe maschilista… Solo Giorgione dipinge due volti di donna, prima giovane e poi vecchia, ma sono due quadri separati, non posti esplicitamente in connessione tra loro, tranne che per il cartiglio eloquente posto in mano alla seconda opera, vedi Hera del mese di luglio, ricerca su Giorgione. A tale riguardo la prima opera da esaminare è “Le tre età e la Morte”, dipinta tra il 1509 ed il 1510 da Hans Baldung Grien, conservata a Vienna, presso il Kunsthitorinschers Museum. Si tratta della raffigurazione dell’infanzia, tramite un’infante senza caratterizzazione sessuale, della giovinezza, in una fanciulla, e della maturità, in una figura maschile sdentata, defilata sulla sinistra del quadro. Alla destra uno scheletro, la morte, tiene una clessidra sospesa sui tre. Ai piedi della fanciulla, che si sta specchiando, un bastone ed una mela Il messaggio dell’opera è negli sguardi: il bimbo guarda solo in alto verso la sua età successiva, e certo non vede la morte, la fanciulla guarda solo se stessa, perché tale è la caratteristica della giovinezza, solo l’uomo maturo guarda la morte, perché è tipico dell’età avanzata pensare al momento della propria dipartita, considerandolo sempre più vicino. E la Morte? La postura dello scheletro è lo specchio del destino dell’uomo: il piede sinistro è puntato sul bambino, perché la morte di un infante è un episodio sciagurato e innaturale del corso della cose, una cosa fatta coi piedi per intenderci, con la mano destra tiene dolcemente il velo della fanciulla, sul cui capo sospende la clessidra del tempo che passa inesorabile, a sottolineare il tema della fugacità della giovinezza, già di Lorenzo il Magnifico, ma con gli occhi guarda fisso solo il poveruomo sdentato, quasi a sottolineare un rapporto esclusivo che la dice lunga. Negli stessi anni, Giorgione dipinge a Venezia “Le tre età”, tela databile intorno al 1507. Su Giorgione già si è detto tanto nel numero di Hera di giugno e ivi si rimanda, ma non si può non sottolineare in questa sede come in nessuna delle tre età raffigurate dal maestro di Castelfranco vi sia traccia di decadenza o morte. Anzi la figura più poderosa è proprio quella dell’uomo maturo che tradisce una forza incredibile con quello sguardo che fuoriesce dal quadro.
Avrà questa caratteristica qualche relazione con la concezione dei Rosa+Croce della morte intesa solo come tramite per la definitiva resurrezione? I tema viene ripreso pochi anni dopo da colui che il Vasari, storico della pittura rinascimentale e pittore egli stesso quasi coevo, definì il prosecutore ideale del maestro di Caselfranco: Tiziano. Infatti nel 1512 circa, Tiziano, per l’appunto, dipinse “Le tre età dell’uomo”, olio su tela, custodito nella collezione del Duca di Sutherland, in prestito alla National Gallery of Scotland di Edimburgo. Si tratta di una maestosa e complessa allegoria secondo il modello triforme, ma più articolata figurativamente rispetto al precedente del Giorgione.
L’infanzia è rappresentata da un gruppo di bambini dormienti (o sognanti?), mentre un amorino regge un albero rinsecchito, simbolo della decadenza della natura. La natura muore, se la creatività e l’operosità di una umanità in boccio dorme, sembra voler dire il particolare.
Lontano un vecchio contempla un teschio, tenuto con la mano sinistra, mentre cinto dalla mano destra, un altro teschio è appoggiato in terra e qui ricorre il simbolo della meditazione sulla dipartita, tipicamente attribuito alla terza età. In primo piano, perché si tratta del presente, un giovane, seminudo, guarda con amore una ninfa che suona una siringa pastorale. Il presente è quindi l’amore, immerso in un’atmosfera bucolica che richiama le atmosfere dell’Arcadia di cui al precedente articolo. Il tema prosegue la sua rappresentazione in pieno Seicento con Anton van Dick e le sue “Le tre età dell’uomo”, dipinto tra il 1625 ed il 1627, Palazzo Chiericati, Musei Civici di Verona. In questo caso la tripartizione è tra un bambino, sempre dormiente, un vecchio, quasi di spalle, che indica con l’indice qualcosa ed un uomo barbuto nel pieno della maturità virile che contempla estasiato una fanciulla che gli offre delle rose delicate. Fin qui il tema, nella sua trattazione rinascimentale. Ma le età delle donne? Dobbiamo fare un lungo salto in avanti, fino al 1905, “Le tre età della donna” di Gustav Klimt, olio su tela, custodito a Roma, Galleria nazionale d’Arte Moderna.
L’opera fa parte del periodo d’oro dell’artista, quando ancora faceva capo al movimento del simbolismo ed ancora una volta si tratta di una tridimensionalità, immersa in preziosi e luminosi motivi ornamentali. Col suo stile vellutato e ricco Klimt affida il trasparente significato simbolico ai raffinati geometrismi decorativi che avvolgono le tre figure. La simmetricità delle figure è esaltata da un rutilante e sontuoso fondo astratto, un’area uniforme chiusa da un’ampia fascia nera nella quale l’artista incastona come una gemma preziosa lo splendente cromatico dispiegarsi della scena centrale. La figura della vecchia, analoga a quella che compare nella Giurisprudenza, richiama una nota opera di Rodin che Klimt aveva assai apprezzato alla mostra dello scultore francese tenutasi alla Secessione viennese del 1901.
Il tema quindi è divenuto, da maschile, femminile nel segno dei tempi. E femminilmente proseguirà, mantenendo il tripartitismo, ma perdendo il simbolismo dell’età e del degradarsi, col tempo, della bellezza. Ritroviamo, ormai in pieno Novecento, tre volti femminili, sovrapposti in prospettico profilo, in un disegno di Coucteau. (06) Parimenti lo possiamo ammirare nell’opera “Le tre apparizioni del viso di Gala, dipinto nel 1945 da Salvator Dalì. Il volto della adorata moglie del maestro catalano compare, come l’interno rutilante d’un quarzo prezioso, all’interno di tre pietre cristalline. Ma, forse in altre vesti, ricompare il simbolismo della difformità della bellezza nell’età: i volti hanno una diversa visibilità, la prima quasi trasparente, la seconda più pronunciata, la terza perfettamente visibile. Forse la bellezza con l’età non cambia, ma l’occhio dell’amore la percepisce con diversa profondità.
–Articolo di Giovanni Francesco Carpeoro
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