Qualche tempo fa vi parlai del nuovo romanzo, in arrivo per Bevivino Editore (ora per Melchisedek 2016 [ndr.]), dell’amico Giovanni Francesco Carpeoro, noir alchemico-esoterico dal titolo Labirinti che affronta con grande erudizione ma allo stesso tempo con piglio brillante tanti temi complessi e suggestivi.

Eccoci: è uscito!

In apertura del libro – a immeritato mio onore – trovate una mia introduzione, che riporto qui a mo’ di invito alla lettura per un libro affascinante e originale.

Introduzione

 «Come lo sapete? Siete esperto di labirinti?»

«No, recito da un testo antico che una volta ho letto.»

«E secondo questa regola si esce?»

«Quasi mai, che io sappia. Ma tenteremo lo stesso.»

 Umberto Eco – Il Nome della Rosa

Labirinti.

Già, non uno, ma molti. Molti, e su vari livelli, l’uno che si intreccia e mescola le sue vie già contorte con quelle dell’altro. Metalabirinti che ne contengono e ne motivano altri.

Labirinti veri e labirinti posticci, semplici e complessi, storici o statici, labirinti archetipici, di suoni e di immagini…

Ne troverai per tutti i gusti.

E ti ritroverai a cercare un pezzo di carta per tracciare uno schizzo, per trovare il tuo percorso, per indovinare (“indovinare” non è – in verità – il verbo corretto) la strada da percorrere precedendo Giulio di qualche pagina.

E poi ti volti, e ti rendi conto che era, come Giulio ha modo di imparare, solo apparentemente complessa, la via. In realtà era la più semplice di tutte. Eleganza è semplicità, è un concetto universale, che si applica a qualunque scienza – le macchinazioni e le complicazioni sono costrutti tutti umani che impoveriscono soltanto.

E infatti è semplice, in realtà, trovare il percorso in un labirinto. Basta, quando entri, che poggi la mano sulla parete alla tua destra e cominci a camminare, senza mai smettere di sfiorare la parete con le dita.

Eh, sì, è vero.

Talmente semplice da apparire disarmante.

Certo, parliamo di labirinti classici, ovvero “semplicemente connessi”, quelli tradizionali delle raffigurazioni e dei giardini, per intenderci. Ne esistono anche di “molteplicemente connessi”, quelli cioè in cui le strade che congiungono due punti sono più di una, e troviamo sorte di “isolati”, o circuiti chiusi, e non pareti continue. Ma esiste una regola anche qui, e anch’essa è molto semplice.

È la regola che cerca di ricordare Frate Guglielmo ne Il Nome della Rosa (perché il loro, la biblioteca, è infatti un labirinto complesso). Ma nel suo 1327, per quanto il suo ingegno fosse brillante, non avrebbe potuto ricordarla, perché fu formalizzata – almeno ufficialmente – soltanto nel 1882, nelle Récréations Mathématiques di Edouard Lucas. Attribuito dall’autore a M. Trémaux, il metodo permette di risolvere qualsiasi labirinto, anche il più complicato. A ogni nuovo nodo, o incrocio, si può prendere una via qualsiasi. A ogni incrocio vecchio, già raggiunto in precedenza, attraverso una via nuova, o a un’estremità chiusa di una via, si deve ritornare indietro, seguendo la via appena percorsa. Quando si arriva a un incrocio vecchio per una via vecchia, si prende, se esiste, una via nuova, oppure, in caso contrario, si riprende una via vecchia. Nessuna via, infine, deve essere percorsa più di due volte.

A questo punto vi basta munirvi di un pennarello, come Martin Gardner (Giochi Matematici, vol. II), suggerisce nel 1973, e segnare il percorso nel labirinto con una linea lungo un suo lato, per esempio il destro, seguendo la regola precedente, con l’unico vincolo di non prendere mai una via segnata sui due lati, ovvero già percorsa nei due sensi.

Sembra complicato, a dirsi. Nella pratica, è semplice a livelli sconvolgenti.

Eppure quanti secoli, e quanti cervelli eminenti a lambiccarsi, ci sono voluti per stabilire una regola così semplice! Per poi voltarsi indietro e dire: «Be’, ma è logico!»

Ecco, vedi, siamo tornati al discorso di prima, abbiamo percorso un breve labirinto e siamo tornati sani e salvi all’uscita.

Il valore simbolico – perché in questo libro si parla prima di tutto di simboli, nel più profondo significato della parola – di questa regola è fortissimo, se ci pensi: se conosci la regola, hai tempo a sufficienza, e pazienza, puoi trovare la strada per qualsiasi labirinto. Si potrebbe facilmente (viene quasi spontaneo) gettare un ponte verso le colonne rosacrociane – perché in questo libro si parla di Rosa+Croce, naturalmente – della Fede, Speranza e Carità. Non ti pare?

Certo, poi c’è differenza tra percorrere un labirinto “per esclusione”, come abbiamo fatto con la nostra regola di Trémaux, e percorrere invece il percorso più breve. Quello giusto, quello iniziatico.

E se un labirinto copre l’area, per esempio, della città di Milano (che, poi, è di fatto un labirinto, e uno dei più complessi mai realizzati da mente umana, e personalmente lo temo moltissimo), se non abbiamo il percorso giusto e dobbiamo metterci a impiastrare le pareti dei palazzi col pennarello di Gardner, allora siamo messi maluccio.

Vero che i labirinti fisici – quelli di pietra, di siepi, o di raggi laser – tendenzialmente non hanno la superficie di Milano.

Ma quelli della mente, qualche volta sono molto più estesi.

E Giulio anche con questi dovrà vedersela. Oltre che con quelli, altrettanto difficili, della Storia, e dell’Arte.

Labirinti di padri e di figli che attraverso i secoli portano avanti un progetto di Fede, Carità e Speranza, antico e segreto, attraverso i labirinti dell’hyponoia – il senso profondo nascosto sotto quello esplicito, percepibile e godibile, da tutti, delle opere d’Arte. E, sul secondo di quei due binari paralleli lungo i quali Giulio, nella sua avventura precedente (Il Volo del Pellicano), ha imparato a far correre la sua vita, labirinti criminosi di gelosie, tradimenti, avidità e morte. E anche qui, nel giallo – perché questo libro è un giallo! – l’autore dissemina false svolte e vicoli ciechi. Ma anche generosi indizi: sì, uscire dal labirinto dell’indagine è relativamente facile, per un lettore davvero attento ai segnali – ma uscire dall’altro, quello esoterico, non sarà per niente così semplice.

Certo non è Giulio a svelare come si fa.

Perché da un labirinto bisogna uscire da soli, o non si esce affatto.

E ricorda: in un labirinto che si rispetti esistono sempre due modi di uscire: il filo di Teseo e Arianna, in orizzontale, ma anche – in verticale – le ali di Dedalo e Icaro.

Ora puoi perderti.

Daniele Bonfanti

Link originale: https://edizionidodici.wordpress.com/2008/12/26/labirinti-di-g-f-carpeoro/

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