Giorgione

Le opere

“Mosè bambino alla prova dei carboni ardenti”

Si tratta di un olio su tavola databile 1500-1501, conservato agli Uffizi di Firenze. L’opera, probabilmente dipinta nel periodo antecedente il trasferimento di Giorgione a Venezia, è ispirata ad un brano del Talmud, codice ebraico di integrazione alla Bibbia. La citazione in questione riporta che l’angelo Gabriel salvò la vita di Mosè, “quando, secondo la leggenda, il Faraone, per suggerimento del suo consigliere Jethro, lo mise alla prova per accertarsi se era proprio lui la persona destinata a distruggere la sua autorità. Gli mise dinanzi dei carboni ardenti e una corona: se il bambino avesse preso questa, lo avrebbe fatto uccidere. Il bambino stava per afferrare la corona, ma Gabriel gli spinse la mano sui tizzoni.” Mosè bambino aveva, su ispirazione dell’angelo Gabriel, che, con Michael, era al vertice delle gerarchie celesti, scelto tra il Regno ed il Fuoco, quest’ultimo. Sicuramente un segno di predestinazione ad un futuro regale. Nello sfondo del quadro sotto un cielo sfumato e scuro e la visione delle alture lontane, risaltano tre costruzioni. La prima sulla sinistra sembra una fortezza militare, con la massiccia torre al centro, la seconda ha le caratteristiche di un monastero, con un alto picco che sembrava un campanile, infine sulla destra, incastrato tra le montagne, un piccolo fabbricato squadrato, con delle colonne, quasi un tempietto pagano. Sotto, le figure della scena, tutte viste di fronte, tranne una distaccata, in basso, sulla sinistra, di spalle vestita di bianco, verde e rosso.

Sembra estremamente logico pensare che quella figura possa essere lo stesso Giorgione, che osserva la scena. Giorgione che osserva l’inizio del cammino di Mosè, il predestinato per ricevere la Legge di Dio. Giorgione che raffigurando Mosè, bambino, al principio del suo destino, simboleggia l’inizio della sua nuova consapevolezza come fratello della Rosa+Croce. Giorgione che raffigurando Mosè, bambino, al principio del suo destino, simboleggia l’inizio della sua nuova consapevolezza come fratello della Rosa+Croce. Appare probabile che questo dipinto sia una sorta di commemorazione della iniziazione di Giorgione nella fratellanza che in futuro emergerà come quella dei Rosa+Croce. Peraltro la donna che sorregge Mosè ha il piede destro nudo, come, o solo il piede o, fino al ginocchio, coloro che stavano per essere iniziati dovevano avere negli antichi rituali massonici. In questo caso è la presentatrice ad avere questa postura, come era probabilmente in uso nelle iniziazioni secondo tradizioni ancora più antiche della massoneria.

“Pala di Castelfranco” e “La tempesta”

Le notizie sul primo dipinto sono scarne, come sempre, per tutto quanto concerne il Giorgione. Commissionato dal condottiero Tuzio Costanzo per la sua cappella nel duomo, raffigura una Madonna col suo bambino, situata su un trono molto alto, sotto, due figure interpretate come santi. Sulla destra un monaco, individuato in San Francesco d’Assisi, sulla sinistra un guerriero ipotizzato come San Giorgio, titolare della cappella, o San Liberale, cui è intitolata la cattedrale, nonché protettore della Marca trevigiana, oppure San Nicasio, martire dell’ordine dei Cavalieri Gerosolitami, cui pare appartenesse il Costanzo medesimo. In basso un grande pavimento a scacchi, come ricorre anche nei templi che ho visto descritti nei rituali massonici di derivazione rosicruciana. I particolari che destano l’attenzione sono l’espressione particolarmente triste della Madonna e la posa dormiente del Bambino. In ogni caso ricorrono anche nella figura della Madonna i tre colori della confraternita dei Rosa+Croce: il Bianco, il rosso ed il verde. E’ anche possibile valutare le tre figure ricollegandosi ai simboli alchemici. Per gli alchimisti, i principi fondamentali erano tre: lo zolfo, l’elemento purificatore, il mercurio, l’elemento distillatore ed il sale, l’effetto finale della trasmutazione della materia.

Il guerriero può quindi simboleggiare la purificazione, il monaco la distillazione, e la Madonna col Bambino il punto d’arrivo. Ma il simbolismo potrebbe anche richiamare la situazione di immobilità in cui era caduta la confraternita dopo la distruzione dei Templari, monaci e cavalieri al tempo stesso. La crisi della componente iniziatica, rappresentata quindi scissa ai piedi della Madonna, motiverebbe la tristezza di quest’ultima ed il sonno del Bambino. Riservo le considerazioni sui colori della stoffa collocata sotto ed ai piedi del trono quando tratterò l’ipotesi dell’ebraismo di Giorgione. Comunque l’opera deve essere anche analizzata. anche perché collegata col simbolismo che ho verificato in alcuni grembiuli massonici, con l’altra, la famosissima “La Tempesta”, olio su tela del 1508, conservato presso le Gallerie dell’Accademia, a Venezia. Si tratta di una tecnica mista, olio e tempera mescolati, come già avvenuto anche per “La Vecchia”, tra i pochissimi dipinti attribuibili con certezza a Giorgione perchè citata dalle fonti. Il dipinto, per Marcantonio Michiel, Anonimo Morelliano del 1530, poteva essere definito “el paesetto in tela cun la tempesta, cun la cingana (la zingara) et soldato fo de mano de Zorzi de Castelfranco”. Esso fu probabilmente commissionato da Gabriele Vendramin, presso la casa del quale si ritiene vi fosse un circolo di nobili ed artisti dediti alla ricerca esoterica. Nel dipinto v’è la figura d’una donna accosciata, con un bambino al seno, dietro una colonna spezzata e due grandi alberi; sul ponte, una figura maschile, con un bastone di sostegno nella mano sinistra, sullo sfondo vari edifici. Ma il vero protagonista è il paesaggio. Per definire meglio gli elementi architettonici dello sfondo ed i ricchi elementi vegetali, l’artista ha rinunziato al protagonismo delle figure in primo piano.

Secondo Salvatore Settis, il tema dell’opera è la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, effigiato sullo sfondo; quindi, il bambino allattato simboleggia Caino ed il lampo, la punizione divina. Quindi l’oggetto dell’opera viene ritenuto essere l’amore di Giove con una ninfa dell’acqua. Ciò anche sulla base che, in alcuni antichi inventari, il dipinto risulta intitolato “Mercurio e Iside”. In realtà, a mio avviso, è proprio la comparazione con un antico grembiule massonici la strada da percorrere. Questo grembiule di ispirazione rosicruciana, raffigura tre figure femminili, la Fede, la Speranza e la Carità ed uno di essi, in particolare, raffigura anche un guerriero, nella solita posizione in basso a sinistra con una lunga lancia in mano. Sullo sfondo un grande pellicano sotto una grande Croce con al centro una rosa, a fianco, sulla destra, una colonna spezzata ed un paesaggio sfumato, sia pure illuminato dal sole e dalla luna. Le analogie con i due quadri in esame sono evidente, il pavimento a scacchi è presente tanto nei templi dei Rosa+Croce, che nella pala, poi c’è la colonna spezzata della “Tempesta”, ricorrente in uno dei due grembiuli, tuttavia nel secondo c’è una differenza: le figure sono divenute due.

In ogni caso occorre anche segnalare nel dipinto il tetto della casa incompleto, simbolo che si può ritrovare nei templi massonici, con sopra un solitario uccello bianco, forse un cigno, simbolo connesso al Pellicano. La comparazione tra la Pala, il grembiule che ho descritto e la Tempesta mi conduce a rilevare, che il guerriero in basso a sinistra è identico nei primi due, tranne il particolare che nel dipinto tiene in mano una bandiera dalla lunga asta, che diventa una altrettanto lunga lancia. Nella Tempesta, invece, è scomparsa una delle tre figure simboliche, precisamente la Speranza, ed il guerriero, identico agli altri nella postura, diviene una sorta di pastorello disarmato con un lungo bastone. Inutile rilevare che come nella prova di Mosè, la chiave dei dipinti del Giorgone è sempre nella parte a sinistra, a volte in basso ed a volte no.

“I tre filosofi.”e “Le tre età”

Il quadro, dal paesaggio sfumato ricorrente nell’artista, fa risaltare tre figure: a sinistra un giovane, seduto con in mano un compasso ed un regolo a squadra, centralmente un uomo, senza strumenti, che quasi va incontro ad un vecchio, che ha un compasso ed una tabella con disegni astrologici. Dipinto, probabilmente, per conto del nobile Taddeo Contarini, il quadro ha ricevuto, negli anni, innumerevoli interpretazioni, riguardo ai tre personaggi raffigurati. tra quelle più ricorrenti quella del critico più qualificato, Augusto Gentili, che si tratti dell’Anticristo, di Maometto e di Mosè. Quest’ultima teoria trova fondamento nella ricostruzione dei disegni tenuti in mano dal vecchio, riproducenti, ad avviso del critico, la congiunzione Giove-Luna, identificata come data dell’avvento dell’Anticristo, così come ipotizzato nell’Apocalisse, e come confermato dalle fattezze “cattive” del giovane. Anche in questo caso è stata avanzata una chiave alchemica: la figura centrale sarebbe il Fuoco, la forza rigeneratrice, il vecchio sulla destra, il Forno cioè la sapienza degli Alchimisti, così vicini alle pratiche dell’Astrologia di cui adoperavano con frequenza i simboli; il giovane, infine, la Materia da sottoporre alla tintura, la pratica di trasmutazione, la strada di perfezione messianica. Questa ricostruzione giustificherebbe che il giovane sia rivolto con lo sguardo nella direzione opposta, rispetto alle altre due figure e che i suoi occhi siano magneticamente attratti dalla parte più oscura del dipinto:per lui il viaggio nelle profondità della materia del VITRIOL è iniziato.

Ma anche questa opera deve essere a mio avviso esaminata congiuntamente ad un altro dipinto di Giorgione, comunemente denominato “Le tre età”, tela databile intorno al 1507. Le definizioni ricorrenti riportano come sia un caratteristico esempio delle allegorie moraleggianti prodotte da Giorgione ritenendo possibile che sia stato eseguito a più mani. Il quadro raffigura tre figure: al centro un giovanetto assorto nel leggere uno spartito musicale, ai due lati, due uomini, uno adulto ed uno anziano.

L’uomo adulto indica con l’indice della mano sinistra lo spartito che il giovanetto sta leggendo, mentre l’uomo anziano, vestito di rosso, guarda altrove. Ma è la figura del vecchio ad aver attratto la mia attenzione. E’ posto di tre quarti, il grande cranio, quasi completamente privo di capelli, la barba ben curata, ed una straordinaria, enigmatica espressione. Se provate a fissare continuamente il vecchio si verifica uno strano fenomeno: avrete la sensazione che il vecchio stia guardando voi e non viceversa.. Certo, è solo il frutto della incomparabile maestria dell’artista, ma il vecchio guarda fuori del quadro, dritto negli occhi di chiunque si sia posto ad osservarlo. Quegli occhi esprimono una volontà che va oltre ogni limite, umano, spaziale, temporale, dominando su tutti livelli di manifestazione, superiore, mediano o inferiore. Ovviamente la figura si trova posizionata alla sinistra del quadro.

“La Giovine” e “La Vecchia”

Il dipinto denominato “La Giovine”, è altrove denominato “Ritratto femminile” o “Laura”, dalle foglie di alloro che decorano il fondo. Si tratta di una tela trasportata su tavola, peraltro unica opera attribuibile a Giorgione e databile con precisione, perché recante una scritta sul retro: “1 giugno 1506, fatto di mano del maestro Zorzi di Castelfranco, collega di Vincenzo Catena”. Immaginato come ritratto di una cortigiana, viene in seguito considerato, più probabilmente, un dipinto augurale in occasione delle nozze della giovane. Il quadro presenta una evidente analogia con l’impostazione della scuola veneziana di Leonardo con la quale sicuramente il Giorgione è entrato in relazione. Per una sorta di sensazione sul parallelismo tra le due opere, ho ritenuto di accostare nell’analisi la tela, La Vecchia, definito come un ritratto allegorico, databile tra il 1506 ed il 1507.

Si tratta del ritratto di una donna, decisamente e impietosamente anziana, con in mano un cartiglio. L’interpretazione più ricorrente è che l’iscrizione “col tempo”, riportata sul foglio in mano alla vecchia, rimandi forse al destino riservato alla bellezza terrena. A questo punto un dubbio si pone accostando i due dipinti: e se si fosse trattato della stessa donna? Ho paragonato a lungo i due dipinti: l’attaccatura dei capelli e dei capelli è identica, come uguale è la forma del volto; gli occhi, pur con diversa espressione, hanno lo stesso colore ed eguale simmetria, malgrado quelli della vecchia siano resi più piccoli dalle borse della senilità; il mento ha la stessa forma e le stesse fossette; le orecchie, infine, sono identiche. Solo la bocca sembra diversa, ma può essere dovuto al fatto che la vecchia è sdentata e ciò può avere un effetto deformante.

Ma nonostante sia l’indicazione determinante per collegare le due opere, il cartiglio non è la chiave vera dei dipinti. La chiave vera delle due opere consiste nello strano parallelismo della postura: il braccio e la mano della giovane che scoprono il seno, quelli della vecchia, simmetricamente opposti, nell’atto di coprire. Inutile ricordarvi che si tratta, in entrambi i casi, del braccio e della mano raffigurati nella parte sinistra del quadro. “Col tempo” la postura, assolutamente eguale, è cambiata solo in questo dettaglio.

“Autoritratto in forma di David”

A questo punto manca solo un dipinto da esaminare, “Autoritratto in forma di David”, conservato presso l’Herzog Anton Ulrich Museum di Braunschweig, che è stato indicato dai contemporanei come autentico, dal momento che Vasari ne riportò l’incisione sul frontespizio delle “Vite” del 1568. Il dipinto che possiamo esaminare è solo il frammento dell’autoritratto che Giorgione dipinse poco prima di morire. Un’incisione seicentesca di Wenzel Hollar riproduce l’immagine completa, con la mano destra di David affondata nei capelli del gigante Golia, la cui testa poggia su un parapetto. Certo, raffigurarsi nelle vesti del re proveniente dalla tribù di Giuda, salvatore del popolo ebraico, non è casuale, né, probabilmente ha solo il valore di un riconoscimento di appartenenza culturale, ma tratterò meglio il tema nel punto in cui parlerò della probabile appartenenza di Giorgione alla popolo ebraico.

Prendendo spunto da tale opera le osservazioni del Settis sono davvero illuminanti: “Giorgione sperimenta insomma, saremmo tentati di dire se non temessimo l’anacronismo, una tecnica dello straniamento, quella che nel mio libro sulla Tempesta (1978) avevo chiamato del soggetto nascosto. E’ lo stesso orizzonte culturale a cui appartengono i libri di emblemi, le interpretazioni di geroglifici, l’Hypnerotomachia Polifili; del resto, l’idea stessa di «straniamento», era già presente nei retori antichi (che la codificarono, appunto, come xenikón, estraneo). Lo strano e l’inusuale, lo sapeva ogni studente di retorica, possono colpire l’osservatore e sfidarlo a capire, intensificando il piacere estetico mediante un gioco di riconoscimenti. Il ruolo del lettore (di un testo) o dell’osservatore (di un quadro) viene cosi ridefìnito sulla base della sua capacità di intendere, sotto il velame della lettera, un significato più nascosto, ma anche più vero.”

Devo riconoscere al critico la decisiva intuizione della relazione con l’opera di Francesco Colonna, che, anche lui confratello, e nello stesso periodo frequentatore delle stesse località d’affezione del pittore, probabilmente è stato in rapporti con il medesimo. Riservando alla trattazione sull’ebraismo del pittore, l’analisi degli aspetti, per così dire “cristiani” della sua opera, voglio sottolineare che con lo stesso criterio con il quale non vi è alcun accenno a simbologia cristiana in senso stretto nell’opera sul sogno del Polifilo del Colonna, allo stesso modo il Giorgione non ha mai dipinto una crocefissione o un soggetto evangelico o appartenente alla iconocografia cristiana più classica, tranne una Natività ed una Sacra Famiglia che altri ritengono invece di dubbia attribuzione. E comunque, se nella Pala dovesse considerasi la presenza della mamma col bambino in braccio, non necessariamente dovrebbe simboleggiare necessariamente la Madonna con Gesù Bambino in braccio, sappiamo per certo che anche la dea egizia Iside veniva raffigurata in tal modo, per non parlare della significativa assenza di aureole sul capo tanto della suddetta mamma, tanto del bambino, tanto dei santi che si presumono raffigurati in basso. Ma il tema del dipinto in esame è sicuramente collegato alla scelta della figura di David, che gli storici più o meno dell’epoca, sono concordi nel riferire che fosse uno dei preferiti dell’artista , tanto da averlo dipinto più volte.

Forse che David, della tribù di Giuda figlio di Jesse, genero di Saul e padre del grande re Salomone, non è stato il salvatore del popolo ebreo, forse che la sua stirpe non è quella che ha avuto l’incarico di custodire, serbare e quindi salvare il messaggio del Cristo? A tale proposito ho potuto rilevare, consultando il Talmud Babilonese, Berakhot, Trattato delle Benedizioni, che, nel capitolo denominato “Me-èmathàj”, “Da Quando”, viene detto riguardo alla figura di David e su come lui, al contrario di Mosè, conoscesse l’ora della mezzanotte: Un’arpa era appesa al di sopra del letto di David e quando si avvicinava la mezzanotte, il vento del nord soffiava su di essa, ed essa suonava da sola, e allora egli si alzava subito e si occupava della Legge fino alla prima luce dell’alba; e al sorgere della prima luce dell’alba entravano da lui i sapienti di Israele e gli dicevano : O nostro signore e re, il tuo popolo Israele ha bisogno di nutrimento. Ma la chiave del dipinto è ancora una volta nella parte sinistra, in basso, sulla spalla dell’autoritratto Giorgione ha collocato, nell’ordine, una striscia bianca, una verde ed tre punti rossi collocati a triangolo.

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